Descalzi rinviato a giudizio, il Governo tace?

Il CdA di ENI ha rinnovato la fiducia a Claudio Descalzi (Amministratore Delegato e componente dello stesso CdA) dopo il rinvio a giudizio per “corruzione internazionale” per il presunto versamento di 1,92 miliardi di dollari che ENI avrebbe versato a ministri e uomini politici nigeriani per ottenere la concessione petrolifera “OPL245” nella regione del delta del Niger.
 
 
In un comunicato ENI si dice certa dell'estraneità ai fatti del proprio Amministratore e ribadisce la fiducia nella magistratura, un rinnovo di fiducia che suona come un'autoassoluzione preventiva. Ma quello che ci interesserebbe sapere è: cosa ne pensa di questa vicenda l'azionista di riferimento di ENI? 
Parliamo dello Stato italiano, che detiene il 30,1% della società. Cosa pensa il Governo di questa presunta corruzione del governo di un altro Stato Sovrano? Può tacere? Noi crediamo di no. Anche perché ENI ha già pagato 250 milioni di euro nel 2010 alle autorità americane come patteggiamento per chiudere il caso di “Bonny Island”, sempre in Nigeria per corruzione internazionale.
 
 
Come azionista "critico" in ENI (con quote pari allo 0,000165% del totale) la nostra Fondazione ha monitorato e chiesto spiegazioni, oltre ad aver conseguentemente orientato il proprio voto in assemblea sul bilancio e altri atti. Perché non dovrebbe farlo il Governo Italiano con il suo 30,1%? E non solo per motivi etici (che pure dovrebbero interessare un governo democratico), ma anche per motivi economici giacché queste vicende giudiziarie hanno degli effetti sui bilanci dell'azienda. Il patteggiamento sul caso “Bonny Island”, ad esempio, ha comportato una riduzione dell'utile 2009 della società - nel settore "Ingegneria & Costruzioni" - del 15,7% rispetto al 2008.
 
 
Questi "effetti collaterali" potrebbero riproporsi anche nel caso OPL 245, che solleviamo nelle assemblee dal 2013 attraverso la Ong Global Witness e insieme a Re.Common e altre Ong internazionali,
 
 
Le domande ruotavano attorno al denaro pagato al governo nigeriano (1,92 miliardi di dollari) con l'intenzione di trasferirlo alla Malabu Oil & Gas, una società controllata e sostanzialmente detenuta da Dan Etete, un riciclatore di denaro che attribuì il blocco a sé stesso e alla sua società nel 1998 quando era il Ministro del Petrolio nigeriano durante la dittatura di Abacha: quali informazioni aveva ENI sul ruolo di Malabu e di Dan Etete? Sapeva Eni che questi fondi sarebbero stati trasferiti alla società Malabu? ENI dice che aveva un contratto con la Nigeria: aveva vinto un pubblico appalto? Chi era coinvolto e quale fu l'offerta? Le risposte non sono state chiarificatrici. 
 
 
Non più tardi del 2015, Eni risponde alle nostre domande in assemblea assicurando che il Consiglio garantiva “la massima indipendenza dalla struttura aziendale nella gestione delle indagini giudiziarie che riguardano il vertice aziendale, come nel caso dell'indagine relativa all'acquisizione del blocco OPL 245 in Nigeria” e che “il Collegio Sindacale, ha incaricato uno studio legale indipendente americano di verificare la condotta della Società nell'operazione. 
Tali verifiche sono state recentemente completate e non evidenziano allo stato illeciti penali”. Ma, evidentemente, la giustizia italiana potrebbe non essere dello stesso avviso. In ogni caso, sempre nell'assemblea del 2015, Fondazione e Re:Common hanno suggerito a Eni di sostituire il managment coinvolto nell'inchiesta e rinviato a giudizio “con un manager non sottoposto ad alcun procedimento giudiziario”, chiedendo inoltre se Eni non ritenesse che fosse “un problema che una serie di manager in ruoli chiave siano indagati e che anche le nuove nomine riguardino persone indagate”. Ma anche in questo caso, la fiducia dell'azienda fu ribadita.
 
 
Questa posizione viene ribadita e sancita nel verbale dell'assemblea 2016, quando l'azienda dichiara che “Considerato che l'indagine riguarda anche esponenti di rilievo della Società, il Consiglio di Amministrazione ha ritenuto altresì opportuno incaricare un primario studio legale americano di propria fiducia, indipendente dal management e dalle strutture legali interne, di verificare la correttezza dei processi e delle attività poste in essere dalla Società. Lo studio legale ha recentemente concluso la sua analisi e ho il piacere di informarvi che è stata confermata, in modo limpido, l'adeguatezza dei flussi informativi ricevuti dal Consiglio e dal Comitato Controllo e Rischi, delle analisi svolte dagli altri consulenti della Società, delle misure adottate dalla Società e della strategia difensiva seguita.”. Quindi, state tranquilli. Davvero? Il rinvio a giudizio apre ulteriori interrogativi ed è qui che ci stupisce il silenzio dell'azionista di riferimento.
 
 
Intanto, in attesa degli esiti del processo che ci diranno se l'ipotesi dell'accusa sarà convalidata o meno dai giudici, è bene segnalare che ENI è coinvolta in altre vicende non proprio limpide, che Fondazione e Re:Common hanno puntualmente sollevato nelle sedi appropriate in quanto azionisti. In particolare, il caso della presunt corruzione in Algeria (2013) che attualmente vede rinviati a giudizio sia l'ex CEO Paolo Scaroni sia Antonio Vella, che oggi è Chief Upstream Officer, uno dei massimi dirigenti di Eni e nonostante il coinvolgimento nel procedimento non è stato rimosso o demansionato, anzi, è stato promosso a Chief Upstream Officer.
 
 
Riteniamo che il governo, in qualità di azionista di riferimento, abbia il dovere etico, politico e di corretta amministrazione delle risorse pubbliche investite, di indirizzare l'azione di queste imprese secondo modalità tese non solo al profitto, ma anche alla correttezza e alla legalità internazionale. Avrebbe, inoltre, l'obbligo politico e morale di riferire al Parlamento e ai cittadini dell'operato del managment di queste imprese che ha contribuito in modo decisivo (visto il ruolo di maggior azionista) a nominare. 
 
Foto: Jenn Farr

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