Greenpeace ha lanciato una campagna contro Goliat, il gigantesco progetto petrolifero nel Mare di Barents meridionale, al largo della costa norvegese, che appartiene per il 65% a Eni e per il 35% alla compagnia statale norvegese  Statoil. Gli ambientalisti spiegano che <<Il giacimento è stato scoperto nel 2000 e dal 2004 ci siamo opposti alle prime trivellazioni: non solo perché trivellare l’Artico è ingiusto dal punto di vista ambientale, ma perché sappiamo che è difficile e che nessuno può farlo senza pericoli. Tantomeno Eni>>. Secondo Greenpeace infatti il progetto Goliat non è unprogetto sicuro con «Oltre una dozzina di incidenti nel 2016. Non meno di sei notifiche di perdite di gas o di rilevamenti di gas sulla piattaforma in 5 mesi di attività.  Un black out al sistema elettrico a fine agosto scorso. Un disastro sfiorato nel 2012, quando una delle piattaforme attive nel campo Goliat, la Scarabeo 8, si inclinò pericolosamente».

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Il CdA di ENI ha rinnovato la fiducia a Claudio Descalzi (Amministratore Delegato e componente dello stesso CdA) dopo il rinvio a giudizio per “corruzione internazionale” per il presunto versamento di 1,92 miliardi di dollari che ENI avrebbe versato a ministri e uomini politici nigeriani per ottenere la concessione petrolifera “OPL245” nella regione del delta del Niger.
 
 
In un comunicato ENI si dice certa dell'estraneità ai fatti del proprio Amministratore e ribadisce la fiducia nella magistratura, un rinnovo di fiducia che suona come un'autoassoluzione preventiva. Ma quello che ci interesserebbe sapere è: cosa ne pensa di questa vicenda l'azionista di riferimento di ENI? 
Parliamo dello Stato italiano, che detiene il 30,1% della società. Cosa pensa il Governo di questa presunta corruzione del governo di un altro Stato Sovrano? Può tacere? Noi crediamo di no. Anche perché ENI ha già pagato 250 milioni di euro nel 2010 alle autorità americane come patteggiamento per chiudere il caso di “Bonny Island”, sempre in Nigeria per corruzione internazionale.

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“Ora che inizia la sua presidenza, le vogliamo ricordare  che i cittadini americani, prima di tutto, sono bambini, donne e uomini la cui salute e benessere dipendono in primo luogo dallo stato del nostro Pianeta. Il futuro dei Suoi figli e nipoti e quello dell’intera umanità, dipende dalle scelte in campo ambientale che gli Stati Uniti e gli altri paesi industrializzati faranno nei prossimi anni. Per ciò che riguarda l’ambiente globale, le chiediamo: per favore, Surprise Us, President Trump!” Questo è il contenuto della Campagna lanciata da 11 associazioni ambientaliste italiane a cui ha aderito anche la nostra Fondazione. Lo scopo è quello di attirare l’attenzione sulle politiche ambientali e climatiche degli Stati uniti, preoccupati dalle prime dichiarazioni e dalle prime manovre di Trump. 

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Il 2017 sarà un anno particolarmente sfidante per l'azionariato critico in Italia. I CdA di Eni, Enel e Leonardo-Finmeccanica si rinnovano a Maggio. Chiederemo al governo italiano, azionista di maggioranza, di fare dei nomi di candidati adeguati per curriculum, esperienze e impegno rispetto alle sfide dei prossimi anni in campo ambientale e sociale.
L'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi è attualmente indagato per il caso OPL 245 in Nigeria. Nei prossimi giorni, il pubblico ministero di Milano terminerà l'indagine e probabilmente Descalzi sarà processato assieme agli attuali e ai precedenti managers di Eni.

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Ci sono banche che controllano oltre 1700 miliardi di euro pronte a contrastare il settore, con policies che vietano rigorosamente qualsiasi investimento di qualsiasi tipo in qualsiasi tipo di azienda che produce armi nucleari. Queste 18 banche sono entrate nell'edizione 2016 della Hall of Fame della campagna Don't Bank on the bomb. Gli istituti finanziari virtuosi sono sparsi per il mondo: Australia, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito e ritroviamo in Italia Banca popolare Etica (clicca qui http://www.dontbankonthebomb.com/banca-etica/), già presente nella Hall of fame delle edizioni precedenti.

“I governi hanno deciso di negoziare per il 2017 un Trattato di messa al bando degli ordigni nucleari per il 2017 (Ican http://www.disarmo.org/ican/a/43707.html) - ha dichiarato Susi Snyder, della ong Pax e autrice del report - e adesso tocca alle banche, ai fondi pensione, alle compagnie di assicurazione tenersi pronte e serrare le relazioni con le compagnie coinvolte nella produzione/vendita di armi nucleari”.

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