Infanzia: sempre più a rischio?

400 milioni di bambini al mondo si trovano sotto la soglia di povertà assoluta. E anche la crisi nei paesi ricchi ha conseguenze nefaste sull’infanzia. Intanto gli Obiettivi del millennio arrancano. E in Italia cosa succede?
di Sabina Siniscalchi 
per Eticamente - MC
Gennaio-Febbraio
L’immagine più straziante del 2013 rimarrà quella delle piccole bare bianche, ognuna con un orsacchiotto sopra, dei bambini annegati a Lampedusa.
Quanti bambini muoiono nella fuga dalla povertà e dalle guerre non lo sapremo mai, anche perché a volte non c’è traccia delle loro brevi esistenze negli elenchi ufficiali.
Sappiamo però quanti bambini vivono oggi nella miseria: secondo il rapporto «The state of the poor» della Banca Mondiale, un terzo dei poveri del mondo sono minori, 400 milioni di bambini al di sotto dei 13 anni si trovano in uno stato di povertà assoluta.
I dati sul nostro paese sono altrettanto sconfortanti: in Italia un quarto dei poveri assoluti sono minori. La povertà assoluta è, secondo la definizione dell’Istat, «l’incapacità di acquisire i beni e i servizi necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile».
Sempre l’Istat ci segnala che in Italia nell’ultimo anno la povertà assoluta è cresciuta del 29 per cento, ormai ci sono quasi 5 milioni di persone in stato di grave indigenza, di cui oltre un milione sono bambini e ragazzi. L’Unicef e tutte le agenzie specializzate sui problemi dell’infanzia concordano nel dire che la povertà costituisce la principale causa di discriminazione di bambini e adolescenti.
Per questo suggeriscono di considerare il minore come titolare di un diritto alla protezione di base, il che significa che se il bambino è in uno stato di privazione a causa della condizione della sua famiglia, del suo gruppo sociale o del luogo dove vive, le istituzioni pubbliche devono prendersene cura, assicurandogli i diritti fondamentali e i servizi essenziali stabiliti dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia del 1989. Una Convenzione che, si noti bene, tutti gli stati hanno ratificato, a parte Somalia e Stati Uniti.
Ma per troppe bambine e troppi bambini la Convenzione è come se non fosse mai stata scritta.
La situazione è così intollerabile che il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong King, nella conferenza di presentazione del rapporto sulla povertà, ha avuto un moto di vergogna: «I bambini non dovrebbero essere così crudelmente condannati a una vita senza speranza».
Grazie all’impegno per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio si sono fatti alcuni progressi, ad esempio nel campo dell’educazione primaria in cui, tra il 1990 e il 2010, il tasso di frequenza scolastica dei bambini nei paesi in via di sviluppo è salito dal 60% al 79%.
Passi avanti sono stati compiuti anche per combattere la mortalità infantile che negli ultimi vent’anni è stata dimezzata, ma ancora oggi 12.000 bambini muoiono ogni giorno per malattie che si possono prevenire e nell’Africa sub sahariana il tasso di abbandono scolastico, specialmente delle bambine, è sempre elevatissimo.
Non si sta facendo abbastanza. Finora gli obiettivi stabiliti non sono stati raggiunti non perché siano troppo ambiziosi o tecnicamente inarrivabili, ma a causa di misure inadeguate e investimenti insufficienti. Investimenti che si sono drasticamente ridotti anche nei paesi colpiti dalla crisi, dimenticando che il benessere di una famiglia e di una comunità dipendono dalla qualità dei servizi disponibili e che la riduzione della spesa per scuole, presidi sanitari, mense e altre forme di sostegno sociale, accresce il disagio dei bambini.
In Italia, un esempio che ci tocca da vicino, dal 2008 la spesa per assegni famigliari è stata ridotta, è stato azzerato il fondo per l’inclusione degli immigrati e sospeso il contributo per l’alloggio ai nuclei famigliari da parte di quasi tutti i comuni. Queste scelte, di cui sono responsabili i vari governi che si sono succeduti nel nostro paese dallo scoppio della crisi a oggi, hanno pesanti ripercussioni sulla sorte dei minori. Anche l’aumento della disoccupazione si riflette su di loro, se i genitori perdono il lavoro, aumenta per i figli il rischio dell’abbandono scolastico e, nelle situazioni di marginalità sociale, quello del lavoro minorile.
Secondo un recente studio della Fondazione Trentin e della Ong Save The Children, in Italia ci sono 260 mila minori che lavorano, un lavoro che si svolge prevalentemente in imprese famigliari, agricole, dell’allevamento, della ristorazione, ma che per 30 mila  ragazzi fra i 14 e i 15 anni è svolto in condizioni pericolose e di sfruttamento.
Le vittime sono ragazze, provenienti dall’Est Europa o dalla Nigeria, sfruttate nella prostituzione o ragazzi egiziani e cinesi sfruttati in attività produttive, mentre fenomeni di tratta riguardano minori di origine Rom, coinvolti in circuiti di accattonaggio e attività illegali. 
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