Sempre più divisi

Di Sabina Siniscalchi

su Eticamente - Aprile 2013

All’inizio del 2013, sulle montagne immacolate della Svizzera, si è celebrato ancora una volta l’appuntamento di Davos. Lo strano convegno di oltre duemila tra capi di stato, accademici, manager, giornalisti, invitati da una fondazione privata, non viene scalfito né dal tempo (siamo alla 26esima edizione), né dalla protesta dei no-global (sempre meno clamorosa), né dalla crisi finanziaria.

Il World Economic Forum si riunisce per migliorare il mondo: “improving the state of the world”. Che non serva a nulla è evidente, visto che il mondo, con tutti i suoi disastri, non cambia, ma bisogna riconoscere che è uno dei rari momenti in cui i mezzi di informazione trattano di temi globali, cosa che non succede, purtroppo, quando si tengono le conferenze dell’ONU.

Certo i partecipanti al Forum sono meno ingessati dal cerimoniale, l’agenda è meno formale, insomma l’evento ha più colore, ma la vera spiegazione è che a Davos si ritrovano i veri potenti, quelli che detengono il controllo della finanza, dei mercati e della politica e il potere esercita una grande attrazione sui media.
Chi cerca di intrufolarsi, nel tentativo assai difficile di far valere le proprie tesi, sono le ONG, da quelle ambientaliste come Green Peace a quelle che lottano contro la fame come Oxfam.

Proprio a quest’ultima va dato il merito di aver proposto a Davos un tema fastidioso: l’insostenibilità della ricchezza smodata che va di pari passo con il crescente divario tra ricchi e poveri.

In occasione del World Economic Forum, Oxfam ha presentato un documento dal titolo “Il costo dell’ineguaglianza: come la ricchezza estrema ci fa male”.

Negli ultimi trent’anni – sostiene Oxfam - la disuguaglianza si è drammaticamente accentuata in quasi tutti i paesi del mondo e il reddito di alcuni ha toccato vette mai viste prima. In Cina il 10% della popolazione possiede oggi il 60% del reddito, lo stesso accade in SudAfrica.

La globalizzazione con il suo mito del trickle down: lo sgocciolamento della ricchezza fino agli strati più bassi delle società non ha funzionato, la crescita economica non ha portato migliori condizioni di vita per tutti, ma l’abbondanza esagerata per pochi.

Il mercato dei beni lussuosi raddoppia ogni anno e anche dopo la crisi la domanda di yacht, macchine sportive, champagne, gioielli non ha subito rallentamenti.

Ma l’espansione dei consumi di lusso non è sufficiente a far ripartire l’economia, la concentrazione del potere di acquisto in poche mani è, dunque, inefficiente dal punto di vista economico.

Anche il problema della povertà non può essere risolto da una ricchezza così mal distribuita: in Sud Africa, dove il tasso di crescita annuo supera il 3%, un milione di persone verranno spinte sotto la soglia della povertà nei prossimi 5 anni, a meno che il Governo non prenda provvedimenti.

Le società ineguali sono poco dinamiche perché impediscono la mobilità sociale, se un bambino nasce povero in una società ingiusta vivrà e morirà da povero, l’ascensore sociale scende verso il baso, ma non riesce a salire, Il motivo: la qualità dei servizi pubblici peggiora, mentre le eccellenze nella scuola, nella sanità, nella previdenza, vengono riservate a chi le può pagare profumatamente.

Durante la Grande Depressione il presidente Roosevelt dichiarò “L’uguaglianza politica che abbiamo conquistato diventa priva di significato di fronte alla disuguaglianza economica”.

Nelle società ineguali la democrazia risulta fortemente indebolita, perchè la politica si piega al volere della grande ricchezza: lobby ben oliate e con potenti mezzi impediscono interventi a favore della ridistribuzione, come la tassazione progressiva su redditi e patrimoni.

Dopo la seconda guerra mondiale, lo sviluppo economico dell’Europa è andato avanti per tre decenni puntando sull’allargamento delle opportunità e sulla creazione di società più inclusive. La stessa cosa è avvenuta nelle Tigri asiatiche: la Corea del Sud ha distribuito i benefici della crescita ai propri cittadini, incrementandola ulteriormente, anche il governo brasiliano negli ultimi quindici anni ha basato la propria crescita inarrestabile sulla lotta alla povertà e sull’aumento del benessere della maggioranza della popolazione.

Dunque le ricette non mancano, ma il primo passo - dice Oxfam - per poter risolvere il problema è quello di riconoscerlo e consideralo una priorità politica.

Dovrebbe avvenire così anche in Italia che, tra i paesi europei, è uno dei più diseguali.

Sabina Siniscalchi

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