Un’economia leggera per aree fragili

Come favorire la sostenibilità nelle aree periferiche del nord Italia Rovigo
25 febbraio 2006
Organizzato da
Fondazione Culturale Responsabilità Etica ONLUS
Banca Popolare Etica
Provincia di Rovigo
Circoscrizione dei soci polesani della Banca Popolare Etica
Nelle macro-aree a sviluppo diffuso persistono situazioni di relativa marginalità. È il caso del nord Italia che a dispetto di livelli di benessere molto elevati, paragonabili a quelli delle grandi economie europee, presenta zone problematiche. Queste sono ‘oscurate’ sia dalla maggiore visibilità del dualismo fra nord e sud del paese sia dal fatto che sono piuttosto piccole e remote.
Il calo demografico, pur avendo alcuni margini di ambiguità interpretativa (es. per i centri delle metropoli), è un indicatore abbastanza fedele di un generale malessere di alcune aree. Significa infatti alta incidenza della popolazione anziana, difficoltà a mantenere certi servizi di base, debolezza dei flussi immigratori e quindi delle capacità di attrazione. Non sempre si accompagna ad alta disoccupazione perché le aree demograficamente deboli hanno anche una bassa percentuale di persone attive giovani. Si accompagna invece quasi sempre a redditi pro capite più bassi. Un malinteso senso ecologico potrebbe far pensare che finalmente alcune aree raggiungono un migliore equilibrio fra risorse e popolazione, lasciando più spazio alla natura e agli animali selvatici. Ciò purtroppo si rivela in larga misura falso.
Lo sfruttamento esasperato delle risorse naturali avviene anche in assenza di popolazione residente; anzi per certi aspetti aree poco presidiate sono maggiormente in balia di minacce ecologiche come le discariche abusive, i fenomeni di bracconaggio, i prelievi di materiali dagli alvei dei fiumi, per non parlare del dissesto idrogeologico.
Le aree a forte declino demografico del nord Italia sono individuabili in diversi punti: le zone più ampie comprendono una stretta fascia che corre sul crinale dell’Appennino emiliano-romagnolo per manifestarsi con massima gravità all’incrocio fra le province di Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova. Abbiamo poi parte della montagna cuneese e torinese, comuni periferici delle valli Ossola e Sesia, comuni che dividono la Valtellina dalle valli bergamasche e bresciane; infine si riscontra una vasta area che comprende l’alta Carnia, parte della provincia di Belluno e di Pordenone. Al di fuori della montagna, le situazioni si fanno più sfumate. Comunque, l’area più vasta comprende i comuni rivieraschi del Po a valle delle città di Rovigo e Ferrara. Quasi tutta l’asta del Po manifesta un relativo calo demografico, fino ad arrivare alle aree collinari del Piemonte centrale e meridionale. Le ragioni della marginalità territoriale sono antiche e recenti allo stesso tempo. È lecito credere che i fattori siano sempre più di uno, annoverando sia i vincoli fisico-strutturali, la posizione rispetto ai poli di sviluppo, la debole tradizione industriale, la frammentazione istituzionale e progettuale. Quale che sia la miscela di fattori causativi, bisogna chiedersi quali destini tocchino a queste aree, dopo che si è esaurita la spinta alla delocalizzazione di scala nazionale e regionale. Ora, infatti, le imprese delle aree forti preferiscono decentrare nei paesi dell’est europeo o asiatico. La globalizzazione ha riattivato la competizione fra grandi città, che devono concentrare le proprie risorse in poderosi progetti di sviluppo interni (fiere, passanti, reti telematiche…). La stessa cosa pare avvenga per i distretti industriali, chiamati più che a espandersi nei rispettivi retroterra a razionalizzare i propri specifici vantaggi competitivi (creatività, design, marketing, coordinamento…). Risulta quindi improbabile pensare a benefici derivanti da trasferimenti e redistribuzioni delle aree forti.
Per le aree periferiche si è insistito molto sul turismo rurale, una miscela di salubrità dei prodotti, accoglienza familiare, recupero delle tradizioni locali. Gli sforzi delle amministrazioni pubbliche, dei parchi naturali e dei gruppi spontanei hanno sortito progetti di buona fattura, capaci di far vedere quanto ricca e bella sia l’Italia dei piccoli centri. Tali sforzi però hanno un impatto occupazionale limitato e non tengono conto dell’emergenza servizi; sono rivolti cioè soprattutto a qualificare piccole nicchie dell’economia locale. Non che siano inutili, ma piuttosto insufficienti rispetto al gravoso compito di mantenere la popolazione in loco. Famiglie giovani con figli necessitano di redditi regolari e di servizi adeguati; in caso contrario non resta che il trasferimento nelle città o nei fondovalle. Il pendolarismo spinto degli anni passati risulta poi insostenibile per gli elevati costi economici e fisici che comporta.
A fronte di questa situazione ci si può chiedere quale economia sia possibile nelle aree periferiche del nord Italia e se questa possa essere sostenibile. Anni di studio sullo sviluppo locale ci hanno insegnato che non esiste una ricetta universale e che i percorsi sono vari e a volte imprevedibili. Tuttavia, due vincoli appaiono imprescindibili: uno, bisogna mantenere insediamenti con una popolazione sufficientemente numerosa ed equilibrata per fasce di età; due, bisogna battere strade che assicurino la sostenibilità ambientale delle attività economiche siano essi dei locali o di imprese esterne. In queste due condizioni trova senso il titolo del convegno: “un’economia leggera per aree fragili”.
Un’economia leggera si riferisce a varie cose: oltre alla sostenibilità ambientale, il pensiero va ai fattori immateriali dello sviluppo come la conoscenza e il capitale umano. I diversi tipi di conoscenza e le motivazioni ad agire sono variabili cruciali nei processi di sviluppo locale. Dal canto suo, il capitale sociale è probabilmente diradato e in crisi, dato che le aree periferiche lamentano un forte sbilanciamento verso le classi di età anziane e una crescente segregazione delle residenze permanenti. Presenze temporanee di turisti ed ex-residenti devono essere collocate nella giusta luce: si tratta di persone che hanno costruito la propria famiglia e professione altrove; raramente sono disposte a impiantarsi stabilmente in queste aree. Eppure sono una risorsa da tenere in considerazione. In questo senso anche gli immigrati da altri paesi possono essere un prezioso fattore di rivitalizzazione.
Su questi temi la riflessione può avviarsi nel seguente modo:  
- c’è bisogno di capire meglio i contorni della marginalità territoriale nel nord-Italia (dimensioni, consistenza, variabilità delle forme)
- bisogna disegnare degli scenari di sviluppo per queste aree, tenendo conto del doppio vincolo sopra espresso: popolazione minima vitale e sostenibilità delle imprese 
- si tratta, inoltre, di raccogliere esperienze esemplari, casi di intraprendenza locale che abbiano coinvolto giovani, famiglie e istituzioni ossia quelle entità che manifestano i maggiori segni di crisi.
Approfondimenti e Atti del Convegno

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